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Ultime notizie da Barcellona

Ryanair, sola andata

State per visitare Barcellona? Volate con Ryanair? Allora è il caso di leggere quanto sto per scrivere.

RyanairNella malaugurata ipotesi che smarriate o più probabilmente qualche malandrino si impossessi dei vostri documenti di viaggio (carta d’identità e/o passaporto) preparatevi al peggio. Il consolato italiano è l’unico (U-N-I-C-O) consolato, per lo meno a Barcellona, che rifiuta l’emissione del cosiddetto “documento provvisorio di viaggio” in quanto sostiene che nell’Europa di Schengen non ce n’è bisogno, dato che (in teoria) vige la libera circolazione delle persone e delle merci.

Poco importa che l’attuale normativa di volo richieda un documento di identificazione personale: i signori del consolato vi risponderanno che è colpa di Ryanair che applica la legge in modo troppo restrittivo. In fondo tutte le altre compagnie chiudono un occhio: basta esibire la denuncia di furto o smarrimento e vi lasciano volare.

Fatto sta che se vi rubano il portafogli sono cavoli vostri. Le reazioni isteriche non vi serviranno a niente. La polizia aeroportuaria di Girona non sa più che pesci pigliare con i nostri connazionali che ogni giorno vanno fuori di testa nella zona dei check in. Quelli che ancora scelgono di tentare la sorte in aeroporto… perché ce ne sono molti altri che invece seguono il consiglio del corpo consolare: tornare in treno o in aereo con un’altra compagnia!!

Il mio consiglio: se avete il passaporto, portatelo e custoditelo separatemente rispetto alla carta di identità. Se non ce l’avete, occhio alla carta d’identità! La patente non serve a niente…

È triste venire derubati, avere le vacanze rovinate, passare un pomeriggio in questura. Ma forse è ancora più triste appartenere all’unico stato che nega ai propri cittadini un documento provvisorio per poter volare tranquillamente. Ve lo volevo raccontare, non sia mai che qualcuno venga sfiorato dall’idea che a causa delle elezioni imminenti, il solerte personale del Consolato Italiano abbia molto lavoro da fare e non possa emettere uno stupido documento provvisorio. Tranquilli, è sempre così.

Tutti in piscina!

Vista sulla Plaça Espanya dalla piscina del B-HotelSi avvicina l’estate: chi programma visite di una intera settimana a Barcellona forse non immagina il caldo afoso che farà da queste parti o forse ancora non sa che stare in un albergo munito di piscina non è più un lusso.
Basta sapere dove alloggiare e magari prenotare con un certo anticipo
. Vediamo un po’:

I più economici.
Senz’altro il Sunotel Junior e il Sunotel Aston, alberghi fratelli e adiacenti nell’Eixample. Ben collegati con la metro (Hospital Clinic), ottimo rapporto qualità prezzo (a 70 euro la doppia in agosto).
A un prezzo simile il Sercotel Barcelona Montjuic, nei pressi di Plaza Espanya.
Leggermente più caro l’Hotel Bertrán, che si trova nella zona alta della città e che è decisamente raccomandabile a chi viaggi in famiglia o in piccoli gruppi. Miniappartamenti con tre-quattro letti a buoni prezzi. Con i Ferrocarrils de la Generalitat si è in Plaza Catalunya in 10 minuti.

100 euri a notte
Con questo budget possiamo permetterci la piscina scoperta dell’Hotel Senator, nei pressi del Camp Nou. Non compreso il bel circuito termale che costa sui 15 euro a persona.
A un prezzo simile l’albergo più amato da chi viaggia con Ryanair: il Confortel Auditori, a pochi metri dalla Estaciò del Nord. Minibar gratis, ottimo in estate.
Sui 115 euri il modernissimo B-Hotel, in zona Plaça Espanya. Senz’altro consigliabile agli amanti del design. Impressionante la vista di Montjuic dalla terrazza panoramica. Consiglio comunque di farsi dare una camera che non dia sulla Gran Via.

Zona Forum-Port Olimpic
Fino a due anni fa gli alberghi di questa zona (tutti di nuova costruzione) erano i più economici della città durante i mesi estivi, ma adesso che sono ricercatissimi dai turisti più amanti della spiaggia, costicchiano. Sono tutti alberghi avvenieristici ed estremamente confortevoli, ma si trovano in una zona molto tranquilla la sera e a non a tutti piace usare sempre i mezzi (linea gialla della metro) per andare in centro.
Intorno ai 100 euro la notte ci sono il Vincci Condal Mar (il miglior rapporto qualità/prezzo ma attenzione che questo albergo va prenotato con molto anticipo), l’AC Barcelona e l’Husa Mar (che in questi giorni ha una tariffa speciale su Expedia). Più cari l’Icaria, il Barcelona Princess e inspiegabilmente l’H10 Marina. Solo per “chi può” l’AB Skipper, molto più caro, ma anche più vicino al centro.

Design e piscina
Alberghi muniti di piscina e di personalità:
Hotel Cram e Hotel Axel, nell’Eixample. Il secondo è ad uso del pubblico gay. Non è comunque necessario essere alloggiati nell’Axel per usufruire del bar della piscina, soprattutto in estate, quando ci organizzano feste.
Il nuovissimo Hotel Jazz, in Plaça Catalunya. Prenotabile su Expedia con tariffe speciali.
Hotel 1898, sulle Ramblas. Edificio storico, in passato Compañía General de Tabacos de Filipinas. Dalla terrazza-giardino dell’ottavo piano si vede tutta la città. Immagino che la si “vive” ancora meglio stando immersi nella piscina.
E che dire allora dell’Gran Hotel La Florida, che in estate costa “solo” 250 euro a notte? Un’inezia, pur di prendere il sole dal Tibidabo, con Barcellona ai tuoi piedi.

Un Italiano A Barcellona raddoppia!!

Boqueria su www.umbriacity.itOggi inizio la mia collaborazione con Umbriacity.it, sito del quale ho avuto modo di conoscere uno dei responsabili, Luca, in visita a Barcellona pochi giorni fa. Umbriacity è un progetto, tanto interessante quanto consolidato, di portale dedicato alla vita culturale e al tempo libero in Umbria. Riceve una marea di visite al giorno ed è ormai un punto di riferimento a Perugia e in tutta la regione. Proprio come Perugia, città universitaria, è uno spazio apertissimo agli stimoli che provengono da fuori. 

La mia rubrica si chiama Boqueria e tratta, ovviamente, della vita a Barcellona, ma non solo. L’idea è quella di raccontare l’intreccio tra tre culture molto simili eppure molto distanti tra di loro (la catalana, la spagnola e l’italiana) nel quale mi trovo a vivere ormai da anni, trattando temi culturali, sociali e politici, che a mio parere non hanno molta ragione di stare in un blog come Un Italiano A Barcellona, prettamente di viaggio e turistico.

Ho cominciato con l’arduo intento di smontare le tesi del Cinese su Barcellona. Spero di esserci riuscito. Giudicatelo voi.

La stagione dei calçots

Calçot inzuppato nella salsa, col tipico porrón di vino rosso sullo sfondoIl calçot (pronuncia calsot) è una cipolla a forma di porro che costituisce uno dei simboli gastronomici della Catalogna. Si mangia intinto in una salsa a base di mandorle, nocciole, pomodori, aglio e olio che ne potenzia, diciamo così, il sapore delicato, di per sè quasi impercettibile. Il processo di cottura passa per un forno o più comunemente una griglia, dalla quale esce un fascio di 25 calçots tutti carbonizzati in superficie. Una volta in tavola, si prende un calçot, gli si strappa via lo strato superficiale e lo si immerge nella salsa. Il tutto ovviamente con le mani, senza posate.

C’è sempre qualche commensale buontempone che osserva la natura palesemente fallica del gesto dello spellare il povero calçot, ma tanta sincerità è solitamente colpa del vino che scorre copioso durante le calçotadas. Mangiare calçots è un rito collettivo -più si è meglio è- che segna il prematuro arrivo della primavera, con le prime belle giornate di gennaio. Le mangiate di calçots, o calçotades, si svolgono solitamente nelle zone di coltivazione della pianta, le provincie di Lleida e Tarragona.

La capitale indiscussa del calçots è Valls, a venti chilometri da Tarragona e a un centinaio da Barcellona. Due settimane fa vi si è svolta la Gran Festa de la Calçotada, una sorta di inaugurazione dell’anno calçotiano con tanto di premi: al più grande divoratore di calçots, alla migliore salsa calçotada, alle migliori varietà di calçot. Animazione per grandi e per piccini e ovviamente calçotades populars con le strade del paese occupate da grandi tavolate.

A partire dalla Gran Festa, Valls è tutto un riempirsi di forestieri che invadono i suoi ristoranti ogni sabato e ogni domenica, fino a ridosso dell’estate.

Io ho mangiato leggermente fuori dal paese. Pur essendo l’unico posto di Valls che ho provato, me la sento di consigliarlo:
Restaurant Bòbila (vedi Google Maps)
Ctra. De Picamoixons, km.3
Valls (Tarragona)
Tel. 977 61 25 31
Menu calçotada canonico: calçots a volontà, carne alla brace (agnello, botifarra, maiale), gelato, vino rosso e bottiglia di cava finale. Prezzo fisso: 30 euro.

Le mie mani dopo 40 calçotsQueste sono le mie mani dopo una quarantina di calçots. Sono molti, lo so. Ma poi la carne non l’ho quasi assaggiata… Ho messo in pratica il metodo di un tizio che di calçots se ne mangiava duecento e poi non prendeva la carne. Osava dire che il proprietario del ristorante lo considerava un ottimo cliente dato che la carne costa molto di più e che se avesse mangiato braciole d’agnello a oltranza l’avrebbe ridotto sul lastrico.

Sconsiglio di utilizzare questo metodo a Barcellona, dove che io sappia non si mangiano calçots a volontà. Nella maggior parte dei ristoranti catalani (in tutti quelli del quartiere di Gracia) potete provare una porzione del mistico cipollone per circa 10 euro.

Scarica il pdf monografico sul quartiere di Gracia!

Era da un po’ di tempo che il sito chiedeva a gran voce un’iniezione di cose utili. Eccole qua: un fantastico pdf monografico sul quartiere di Gracia con tanto di Google Map online interattivo:

Ingrandisci

29 ristoranti rappresentativi di un po’ tutte le cucine del mondo (tranne quella italiana) e 7 alberghi dall’economico all’extralusso, il tutto all’interno (o quasi) del trapezio formato dalle quattro fermate della metropolitana Diagonal (L3 e L5), Fontana (L3), Joanic (L4) e Verdaguer (L4 e L5). Un trapezio che conosco bene perchè ci abito e perchè anche prima di abitarci ho frequentato assiduamente per i suoi bar, ristoranti e locali notturni.

Gracia è stata per cinquant’anni del XIX secolo un comune indipendente da Barcellona e ha poi mantenuto una forte identità propria, oltre a qualche velleità di ritorno all’autonomia.
Oggi è considerata il quartiere bohemien della città ma i turisti non la frequentano più di tanto, tranne in agosto, quando c’è la famosa festa. Per gli abitanti di Barcellona, invece, è una delle zone più popolari dove uscire la sera. Costa relativamente poco e si mangia bene.

Direi che nel pdf o nel Google Map ci sono diversi esempi a tal proposito. Se siete di quelli che siete andati al Parc Güell in metropolitana e non sapete cosa c’è al di sopra della Diagonal, beh… meglio se non lo scaricate! ;)

Appartamenti sì, appartamenti no

Tutto il mondo è paese: l’appartamento nel quale ho dormito l’anno scorso, a Budapest.Ricevo sempre più spesso email di persone interessate ad alloggiarsi in un appartamento anzichè in un albergo o ostello. D’altronde, basta solo dare un’occhiata a Venere per rendersi conto di quanto il numero di strutture prenotabili attraverso questo sito sia cresciuto negli ultimi tempi. In un anno se ne sono aggiunte quasi un centinaio. A questi appartamenti, ovviamente a norma di legge, bisogna aggiungere gli altri appartamenti legali che non usano un canale commissionabile (di solito hanno un sito proprio) e soprattutto il numero imprecisabile di appartamenti illegali, pirata o patera (dal nome della zattera usata dagli immigrati africani per raggiungere la costa spagnola), di cui parlava tre mesi fa un articolo di El País.

L’aumento esponenziale della domanda turistica a Barcellona ha stimolato la proliferazione di questo tipo di alloggio in tutta la città, portando con sè un vero e proprio sconvolgimento nella vita dei quartieri (Barceloneta e Gotic su tutti). Il turista inglese, paonazzo di sole e di birra, che non riesce ad aprire la porta dell’appartamento e fa i suoi bisogni sul pianerottolo delle scale è il simbolo, nell’immaginario cittadino, di questo sgradito benchè fugace vicino di casa.

E sono proprio i vicini di casa che non ne possono più e che chiamano la polizia al primo sentore di festicciola. Sono gli stessi che fino a poco tempo fa dovevano fronteggiare, di giorno, le estenuanti offerte delle agenzie immobiliari per le loro case. Oggi il boom speculativo pare essersi leggermente sgonfiato ma gli appartamenti turistici sono sempre pieni.

In freddi termini razionali l’appartamento conviene solo per pernottamenti di almeno tre notti, dato che in questo modo si ammortizzano (anche se il cliente non ne è consapevole) i costi fissi della pulizia e della consegna delle chiavi. In termini meno tangibili bisogna mettere sulla bilancia la discrezione e l’intimità di un appartamento con la possibile ostilità dei dirimpettai. Lo dico per i tipi sensibili… Un fattore meno importante di quanto si possa pensare è quello della qualità dell’alloggio, che bene o male raggiunge standard accettabili se la struttura sceglie la legalità.
Va comunque tenuto presente che il freddo a Barcellona è una novità degli ultimi anni e che le case non sono quasi mai provviste di riscaldamento. (Il freddo che ho patito da queste parti a Bergamo sarebbe stato inconcepibile!). Preparatevi quindi a fare uso di stufette o nel migliore dei casi a scontrarvi con una specie di boiler incastrato nel soffitto dal quale dovrebbe uscire aria calda o condizionata, a seconda della stagione.

Agli amanti del “fattore cucina” ricordo che esistono alcuni alberghi, chiamati Aparthotel, le cui camere sono dotate di cucina o di angolo cottura e che hanno tutte le comodità di un normale hotel. Il miglior aparthotel cittadino è il Mariano Cubì, nel quartiere di Gracia, dove i clienti vengono accolti con un calice di cava (spumante locale) e che costa intorno ai 90-100 euro a notte.

In questi giorni nei quali gli alberghi hanno prezzi assolutamente stracciati affittare un appartamento è probabilmente un’assurdità, ma questi periodi durano poco. Con la primavera precoce a cui siamo già abituati riprenderà il flusso delle anglosassoni nubili che smettono di esserlo, in compagnia delle loro mamme e delle loro amiche bionde, vestite coi tacchi alti e con le corna di peluche in testa. I loro corrispondenti uomini, sempre più attempati, anche loro in gruppo. Le famiglie italiane con la primogenita dibattuta tra Gaudì e Berska. Le immancabili coppiette. Le immancabili terne di coppiette, con i tre uomini tristi, orfani di Playstation. Le scolaresche che intonano il nome della loro città. I viaggiatori solitari che annotano le loro emozioni catalane su un diario appena iniziato.
Come dire… mi tuffo perplesso in momenti vissuti di già.

Il raffreddore non è poi così male

Sono tornato a Barcellona il 30 dicembre, dopo una settimana a casa, in Italia. In quei giorni si era appena sviluppato un interessante dibattito a cavallo tra questo blog e quello del Gambero Rosso (stiamo diventando importanti) sulla cucina italiana. Allo stesso tempo, un virus si annidava nel mio corpo per poi svilupparsi appena poggiato il piede in terra catalana.

Poco male. Cinque giorni di febbre. Chissenefrega. Noi ottimisti non facciamo fatica a trovare i lati positivi nelle cose che ci capitano.

Vetri e bottiglie rotte in Plaça CatalunyaPer esempio: sono sfuggito all’imbarazzo da connazionali che mi coglie sempre la notte di capodanno. Non sopporto il lancio di bottiglie vuote, orribile tradizione italica esportata alla grande da queste parti, che giustifica la presenza della polizia locale in una Plaça Catalunya in stato di guerra. Meglio stare a casa, anche se abbracciato al termometro.

E poi ho avuto modo di trascorrere un paio di piacevolissime ore nel CAP (Centre de Atenciò Primaria), il corrispettivo dell’ASL, del mio quartiere. Era bello essere una delle poche persone non accompagnate da badanti, senza ovviamente essere io un badante o una badante, che sennò non vale. Mi hanno assegnato un medico curante, un tizio gioviale e paffuto, che mi ha firmato il permesso per malattia, tanto per far contento anche il mio datore di lavoro.

La malattia mi ha anche permesso di ricevere il tecnico della compagnia telefonica che mi ha installato l’ADSL in casa (47 euri al mese, e poi dicono che in Italia tutto è più caro). Ho immediatamente creato un indirizzo Skype (roberto.unitalianoabarcellona) in modo da essere contattabile a costo zero da quanti abbiano bisogno di informazioni generali sulla città o di suggerimenti sugli alberghi.

Insomma, il 2008 promette bene. Buon anno a tutti.

Il mondo in una strada

Il Bar Casa AlmirallIl Carrer (o calle, in spagnolo) Joaquin Costa non appare in nessuna guida come un’attrazione di Barcellona. Non ospita musei, fontane multicolori ne’ ristoranti rinomati. Chi vi transita distrattamente non se ne ricorda. Nonostante ciò è senz’altro una strada interessante per almeno tre tipi di persone:

  1. gli animali notturni, e tra di loro, gli amanti dei locali notturni più che quelli delle discoteche.
  2. i curiosi, i perdigiorno e i fancazzisti in generale.
  3. gli studiosi dell’immigrazione e della convivenza in un quartiere multiculturale (il Raval).

Tanto per cominciare, vediamo di far contente le prime due categorie.

Il Carrer Joaquin CostaCi sono almeno 6 locali memorabili nel carrer Joaquin Costa. Il più antico è il Casa Almirall (al numero 33), fondato nel 1860 e che appartiene a pieno titolo alla Ruta del Modernisme. Al suo fianco si trova il bar Granja de Gavà (37), che associa la sua storia decennale a quella dello scrittore recentemente scomparso Terenci Moix che viveva nel edificio adiacente, quando il bar era ancora una latteria. Il Granja de Gavà è un posto pittoresco nel quale campeggia un orgoglioso cartello che recita: “Non-gaming bar”, come se ci trovassimo a Las Vegas e un bar senza slot machine fosse una rarità.
Di recente apertura è il Lletraferit (45), un bar-biblioteca-galleria che ha un nome molto bello. Letteralmente significa “ferito dalle lettere” e indica, in catalano, lo scrittore compulsivo e il grafomane, colui che non può starsene tranquillo senza scrivere qualcosa. A me questi locali intellettualistici sembrano tutti un po’ freddini, anche se forse è solo questione di tempo. Ma in realtà a me sembra freddino anche il superfashion IT Cafè (4)  che è un ottimo rappresentante delle nuove tendenze del Raval: moderno, minimalista, chic, elegante.
Se avete bevuto una birra in ognuno dei quattro locali di cui sopra forse potreste essere pronti per continuare con il Bar Manchester  (tecnicamente in Carrer Valdonzella, angolo Joaquin Costa) o con il mitico e decadente Benidorm (39) ,  o con tutti e due. Il primo più indie e cool del secondo, entrambi aperti fino alle tre.

Attenzione! In mezzo a tanto alcol potrebbero sfuggirvi alcune cose molto interessanti: una libreria anarchica (La Rosa del foc, 34) che pare venire direttamente dalla Guerra Civil, con una bandiera della CNT a pochi metri da una Misión Evangélica e da un centro culturale di giovani artisti, un po’ lugubre, il cui sito non funziona.

E poi “bettolacce” tipicamente spagnole quali La Parra (44) e la Pili (55) che convivono con un ristorante turco (Bar Riera, 30), uno di cucina halal (Bismilia, 24) e un panettiere (Titrit, 11) che prepara squisiti dolcetti libanesi. 

Chi volesse immergersi in questo microcosmo può alloggiare nel famoso Hostal Gat Raval (44) che di “hostal” (pensione) ha solo il nome oppure nell’Hotel Apsis 40 (giustamente nel numero 40) che costa uguale ma ha un rapporto qualità prezzo decisamente più alto.
 

Little Moscow in Barcelona

Il negozio Troika DelicatessenTipica minoranza silenziosa, la comunità russa di Barcellona brilla per discrezione. Tempo fa c’era un ristorante sulla Gran Vía, chiamato Cafè Mokhba, del quale oggi è rimasto solo il locale sfitto e malinconicamente cupo. C’avevo cenato una volta e non mi era dispiaciuto, anzi, forse solo il conto un po’ salato aveva mitigato l’entusiasmo russofilo. Oggi in città non è possibile provare le delizie culinarie russe se non in casa propria, previa spesa nella meravigliosa Troika, in carrer Hospital, una traversa delle Ramblas, nei pressi del Teatro del Liceu.

Si tratta di un negozio al quale ho avuto il coraggio di portare qualche amico in visita dall’Italia, come un’attrazione in più della città. Le immancabili Matrioske, assortimenti di cetrioli e di ogni tipo di conserva immaginabile, dolci di color fucsia, ciambelle, birre (di fabbricazione tedesca) con etichette evocative di minatori stakanovisti, novelle2000 russe, il minifrigo lucchettato con le lattine di caviale, uno squisito surrogato di scamorza e un sacco di altri esotismi slavi, non ultima la bacheca degli annunci, tutti misteriosamente indecifrabili.

Il tipico pesce affumicato.Il sancta santorum della Troika è la zona del pesce affumicato. Uno spazio sconcertante: pesci affumicati buttati lì in scatole di cartone sulle quali appare nome del pesce scritto in cirillico. Anche se l’impatto non potrebbe essere più duro, piano piano ci si abitua. Il salmone non ha niente a che vedere con quello delle bustine che si comprano nei supermercati. Il rombo (rodaballo in spagnolo) affumicato è una scoperta che crea dipendenza. Le aringhe in conserva sono eccellenti. L’unica cosa che sconsiglio sono le alghe.

I russi, si sa come son fatti. Le commesse sorridono a stento, danno spiegazioni molto scarne, hanno una gran fretta di scrollarsi di dosso il cliente. I clienti russi sono ancora peggio: se non riconosci il pesce essicato non aspettarti che qualcuno ti traduca il cirillico. Da un anno a questa parte hanno assunto un tizio, probabilmente spagnolo, che sembra sempre indaffaratissimo ma che qualche aiutino lo riesce a dare. All’inizio era come una zelante guida turistica, adesso è un po’ più scorbutico, inevitabilmente russificato.

Vicino a casa ho negozio simile (sul Passeig Sant Joan) ma chissà come mai l’incanto della Troika mi spinge sempre verso il carrer Hospital…

Il paradosso delle Ramblas

Tempo fa girava la voce che i tipici negozi di animali delle Ramblas avevano le ore contate. Il comune aveva emanato un’ordinanza che pareva inappellabile e che imponeva la loro chiusura per motivi sanitari e, probabilmente, anche come misura fortemente voluta da qualche gruppo animalista. Poi, come capita un po’ dappertutto, non se n’è fatto niente e in molti abbiamo tirato un sospiro di sollievo, non per amore o per odio nei confronti degli animali, ma per quello strano attaccamento alle tradizioni che aggredisce i nuovi arrivati, che sono spesso più conservatori degli autoctoni.

Quelle bancarelle nascondono un interessante paradosso che da solo vale la loro esistenza. È sotto gli occhi di tutti, ma come la lettera nascosta del racconto di Poe, nessuno riesce a coglierlo, o per lo meno si fa una certa fatica. Ogni volta che ci passavo davanti avevo la sensazione che c’era qualcosa fuori posto, qualcosa che non andava, ma non riuscivo a capire cosa.

Due diversi stili di vita piccionescaPoi, di colpo, la domanda: “Ma che cazzo ci fa un piccione in gabbia?”. Ci sono piccioni che spargono la loro cacca sul suolo pubblico e un loro simile di razza mallorquina a un metro da terra. Ha senso tutto ciò?

Evidentemente deve esistere qualcuno che sa discernere tra piccione e piccione, tra pedigree e bastardini, tra piccioni da compagnia e piccioni rapaci inselvatichiti. Massimo rispetto per tanto esprit de finesse, ma immagina che vai a comprarti un piccione mallorquino con la sua bella gabbia e il suo mangime, sei orgoglioso di averlo pagato solo 200 euro, e giusto due minuti dopo che te ne sei andato il tizio che te l’ha venduto lo rimpiazza con uno dei venti che ha costantemente tra i piedi. Ne sceglie uno bello grosso, lo pettina un po’ e via, altri 200 euro.

picc3.JPGIl venditore di piccioni in realtà non fa altro che il lavoro sporco, quello di inginocchiarsi ad altezza di piccione e prelevarlo dal suo ambiente naturale. Mi sorprende che a Venezia non ci abbiano ancora pensato, quello sì che sarebbe un souvenir originale: un ricordo vivente di Piazza San Marco.

PS. Le foto di questo post e probabilmente molte di quelle che pubblicherò nei prossimi giorni le ha scattate Neus, che, oltre a essere la mia fidanzata, è molto più brava di me a scattare istantanee. Dopo tanti mesi di suggerimenti su come fare un sito decente, era ora che la ringraziassi. Tengo a precisare che la foto del post precedente l’ho scattata io, rischiando la pelle ;)